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IN FUGA DALLA STORIA

nella commerazione della Shoah

 

La Shoah, cioè l'olocausto degli Ebrei, è una pagina buia della storia contemporanea che va rivisitata e tramandata nella memoria in perpetuo. Eppure c'è qualcuno che la nega, che afferma la non esistenza dell'olocausto. Come può farlo? Vuol negare l'evidenza dei fatti? Noi storici conduciamo le nostre ricerche, al fine di riscrivere la storia, indagando sugli avvenimenti mediante una scrupolosa metodologia scientifica, basata sulle fonti, le quali possono essere documentarie o materiali. Ebbene, copiose sono le fonti scritte, associate a fotografie e documentari, che provano l'olocausto e i suoi macabri effetti; in aggiunta, vi è l'”archeologia della Shoah”, rappresentata dai campi di concentramento, di sterminio, dalle camere a gas, dai laboratori dove si effettuavano cinici e farneticamenti esperimenti sulla pelle dei malcapitati Ebrei.

Il popolo ebraico costituisce un singolare esempio, esso come tutti gli altri figlio di Adamo ed Eva, di conservazione longeva di millenni: è praticamente l'unico popolo dell'antichità che ha conservato pressocchè integra la sua connotazione razziale, mentre altri esempi, come gli Egizi, gli Assiro-babilonesi, gli Etruschi, sono di fatto scomparsi, in quanto mischiatisi con altre popolazioni. Le loro caratteristiche fisiche sono ricordate dal poeta Umberto Saba mediante l'espressione “una capra dal volto semìta”. Gli Ebrei hanno potuto realizzare tutto ciò sulla scorta della loro profonda fede religiosa, associata al concetto di appartenenza ad un'unica etnìa da difendere e preservare.

La loro indomita sete di libertà, per certi versi simile a quella degli Amalfitani medievali, definiti dal poeta inglese Samuel Rogers (1830) “assaliti sempre, assoggettati mai”, determinò loro la condanna romana alla dispora, per cui furono dispersi per tutto il Mediterraneo e l'Europa, rimanendo, ciononostante, fermamente uniti e in comunicazione fra di loro. Il Medioevo in genere li considerava giustizieri di Cristo, per cui erano mal visti un po' dappertutto; in particolare erano indicati come usurai, in quanto praticanti il prestito del denaro a interesse, pratica comunque in vigore sia tra i Cristiani che tra gli Arabi e certamente non da condannare tout court, se perseguita con adeguata moderazione, poiché determina la dinamicità dell'economia, tesa al miglioramento delle condizioni di tutte le classi sociali. In alcuni centri europei erano costretti a indossare un berretto giallo, al fine di contraddistinguerli dalle altre comunità; la gialla stella di Davide cucita sui loro abiti dai nazisti ne costituisce un'eredità moderna.

Ad ogni modo essi poterono vivere una vita certamente migliore nell'Egitto tollerante dei Fatimidi e nel territorio della repubblica marinara di Amalfi. Quando vi giunse nel 1161 Beniamino da Tudela, vi trovò venti Ebrei che praticavano l'arte dei tintori; altri ne ho ritrovato nei documenti coevi che svolgevano la professione di medici: uno di questi, di nome Joseph, possedeva un hospitium domorum di tre piani al centro di Amalfi, poco distante dalla cattedrale, del quale restano tuttora imponenti vestigia. Le strette e amichevoli relazioni tra Amalfitani ed Ebrei sono altresì provate dall'esistenza di una sinagoga a Maiori con abitazioni inquadrate secondo uno schema architettonico ed edilizio identico alle residenze ebraiche dell'Africa settentrionale medievale, riscontrate dai miei colleghi giapponesi. Gli Ebrei introdussero negli orti maioresi prospicienti il litorale la coltivazione della melenzana violacea tonda, che il viaggiatore francese Jean Jacques Bouchard potè gustare nel 1632 a casa del sagrestano della cattedrale di Minori. Nelle città portuali del Mediterraneo gli Amalfitani costituivano le loro colonie virtuali, che si amministravano mediante usi e consuetudini della madrepatria, proprio accanto alla giudecca o giudaica. Ancora oggi, per indicarne le abilità commerciali e capitalistiche, si dice in Calabria che “un Amalfitano vale sette Ebrei”.

Purtroppo nel corso del XIV secolo le persecuzioni contro gli Ebrei si fecero più pesanti, per cui alcuni di essi furono costretti a scegliere la religione cattolica e ad assumere cognomi di famiglie non giudaiche; questi furono definiti neofiti.

La tradizione culturale del mondo ebraico rivela sorprendenti realtà: a nostro giudizio gli Ebrei seppero, fin dalla notte dei tempi, strutturare una civiltà basata sullo sviluppo paritario dei due lobi in cui è diviso il cervello umano, a differenza della civiltà greco-occidentale, che predilige il lobo sinistro (quello del calcolo e del raziocinio), e delle società orientali, che optano per quello destro (l'estro o l'intuito). Tale scelta ha permesso loro di evidenziare propri validi esponenti nei vari settori dello scibile umano. Così troviamo fisici di origine ebraica quali Galileo, Newton, Einstein, Eisenberg, Pontecorvo (il cui omonimo pronipote è stato mio allievo), nonché il fondatore della psicoanalisi Freud e il grande violinista Rubinstein. Ancora più rilevante è la constatazione che gli istitutori dei massimi sistemi politico-economici contemporanei sono stati ebrei: Adam Smith e Karl Marx.

La grande capacità economica e produttiva del popolo ebraico lo condannò, purtroppo, alle persecuzioni naziste: infatti Hitler e soci ritenevano che gli Ebrei detenevano ingiustamente enormi capitali e ricchezze, per cui bisognava impadronirsene, al fine di sostenere lo Stato nazista. Era la loro di sicuro un'opinione contraddittoria, soprattutto se si prendono in considerazione certi comportamenti assunti dai gerarchi, tesi principalmente al loro personale arricchimento. La figlia di uno di questi, presa dal rimorso di coscienza, provò a trovare gli Ebrei legittimi proprietari delle opere d'arte di cui s'era appropriato suo padre; non trovandoli, donò tale patrimonio ai musei statali.

Ho personalmente visitato il campo di Teresin nella Repubblica Ceca: esso era diretto da un personaggio denominato “Nanerottolo” per la sua statura; quando i russi lo catturarono, gli fecero trascorrere, prima di fucilarlo, un mese nel campo insieme alla sua famiglia, facendogli provare le tristizie vissute dagli Ebrei che egli stesso aveva permesso. Quando lì arrivò una commissione della Croce Rossa, per verificare la fondatezza delle accuse rivolte ai Tedeschi, trovò gli “ospiti” ebrei in un villaggio vicino attenti “serenamente” alle loro occupazioni. Fu detto che la razza ebraica veniva in tal modo preservata e conservata. Alla partenza della commissione, i poveri Ebrei tornavano nelle atrocità del vicino campo.

Ho visitato Mathausen, dove ho potuto leggere in preda ad una commozione profonda: << Se esiste un dio, deve chiederci perdono! >>.

Nel 1938 purtroppo anche lo Stato italiano, ormai ingabbiato nella politica filo-tedesca, promulgò le leggi razziali. Comunque il popolo italiano non è stato mai razzista. Giorgio Perlasca, fingendosi console spagnolo, mise in salvo 5000 Ebrei ungheresi. Giovanni Palatucci, che aveva studiato da ragazzo nel collegio serafico del convento francescano di Ravello, presso suo zio Giuseppe Palatucci, che ne era il padre guardiano, divenuto poi vice questore di Fiume, inviò 6000 Ebrei presso lo zio, che nel frattempo era stato promosso a vescovo di Campagna, in provincia di Salerno. Scoperto dai nazisti, morì ad Auschwitz nel 1944, poco prima che vi giungessero le truppe alleate. Persino qualche tedesco aiutò gli Ebrei. E' il caso del colonnello Valentin Müller, governatore militare di Assisi, che riuscì a proteggere tutti i rifugiati ebrei nascosti dai frati in un monastero di clausura e a permettere al ciclista Gino Bartali di portare documenti falsi nella canna della sua bicicletta. Dopo la guerra fu accolto con tutti gli onori nella città di S. Francesco. Tutti questi personaggi sono segnati tra i giusti di Israele.

Persino gli abitanti della Costa d'Amalfi diedero un loro modesto contributo per la salvezza degli Ebrei. Nel corso degli anni '30 a Positano risiedettero alcuni uomini di cultura ebrei profughi dei totalitarismi del Novecento, dalla Germania nazista e dalla Russia comunista. Venticinque di loro furono soltanto di passaggio: tra questi ricordiamo i filosofi Walter Benjamin ed Ernst Bloch, nonché lo scrittore Bertolt Brecht. Sette in particolare vi rimasero sino agli inizi degli anni '50, protetti dalla popolazione e dalle autorità locali. L'artista Irene Kowaliska istituì una fabbrica di ceramica a Vietri sul Mare, dando luogo alla celebre “scuola tedesca”. La famiglia Andress restò sino al 1949, quando poi preferì soggiornare a Roma, particolarmente attratta dalla Città Eterna. Nel cimitero di Positano riposa un suo membro, deceduto in tenera età per malattia. Il Centro di Cultura e Storia Amalfitana da me presieduto raccolse numerose testimonianze relative alle attività svolte da tali insigni personaggi nella Costa d'Amalfi, esponendole nella mostra “In fuga dalla Storia”, che si svolse ad Amalfi nel 2005. Il nastro di quell'edizione fu tagliato da Dorothea Andress, consorte del celebre scrittore Stefan Adress, autore di molte pubblicazioni. In una di queste, inerente a Positano, egli disegna il paesaggio antropico del centro amalfitano con le sue cupole e volte estradossate svettanti sulle chiese e le case variopinte; tale architettura cammina in una grande avenue di New York, attentamente osservata dai giganteschi grattacieli, che si piegano nel guardarla, esprimendo una profonda meraviglia, forse perchè si domandano come un così piccolo presepe abbia potuto tenere al sicuro genti perseguitate, fermando il tempo della Storia in uno spazio angusto ma paradisiaco.

Cenai una sera presso l'Albergo della Luna di Amalfi tra gli ambasciatori d'Israele e di Giordania, discutendo serenamente con loro di quanto avevano fatto di bene gli avi amalfitani nelle loro sante terre: furono piacevoli momenti di fratellanza universale nella pace serafica del chiostro, nel ricordo dell'amalfitano di Scala fra' Gerardo Sasso monaco-medico, che nell'ospedale-ospizio di Gerusalemme aveva amorevolmente accolto e accudito ammalati, poveri e pellegrini di ogni nazione o credo religoso, musulmani, ebrei, cattolici e ortodossi, nel motto dell' obsequium pauperum. (Giuseppe Gargano, storico medievalista)      

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