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Anche quest’anno l’Istituto Marini-Gioia è stato una delle scuole partner del progetto di educazione spaziale promosso da FISE (Foundation for International Space Education): la United Space School. Questo progetto mette annualmente in gioco circa 50 ragazzi provenienti da 25 nazioni diverse, divisi in team in base alle proprie capacità e alla propria personalità, e impegnati nello sviluppo e nella pianificazione di una missione umana su Marte. Come ogni anno dall’Italia hanno partecipato due allievi rispettivamente dal liceo Dante Alighieri di Roma e dalla nostra piccola ma molto fortunata scuola che, grazie all’operato dell’instancabile Francesco Fusco, ex studente e ora ingegnere ed executive director del progetto, ha avuto accesso alla fase di selezione preliminare e alle interviews.

Ricordo ancora vividamente il giorno in cui ricevetti l’e-mail che mi confermava il superamento della selezione e l’attesa di essa, passata a controllare la casella di posta con cadenza regolare, ogni ora o due. L’esperienza infatti inizia già a casa dove ogni fine settimana viene richiesto il completamento degli assignments dei rispettivi team, al fine di facilitare la composizione delle squadre e fornire una base di conoscenze su cui poi lavorare durante le due settimane di Scuola. Prima di partire, inoltre, viene offerta anche la possibilità di conoscere gli altri ragazzi selezionati partecipando ad un gruppo su Facebook proprio per confrontarsi sugli esercizi o semplicemente per chiacchierare. La magia di questa esperienza, infatti, non potrebbe essere spiegata meglio se non con la parola “confronto”. 

Siamo usciti dalle nostre realtà per incontrarci in un altro continente e discutere quotidianamente sulle scelte da prendere per la missione.  Abbiamo spiegato agli altri le nostre tradizioni e scoperto le loro; assaggiato i rispettivi piatti tipici e mostrato i propri talenti. Da ciò è conseguito un senso di appartenenza comune al nostro pianeta, senza barriere o frontiere, con lo sguardo rivolto al cielo. Abbiamo osservato le stelle in un osservatorio nel bel mezzo della foresta; visitato i luoghi direttamente coinvolti nelle missioni Apollo che hanno permesso lo sbarco dell’uomo sulla Luna, come lo storico Mission Control e il Rocket Park, per poi avere l’opportunità di parlare con chi ci è stato davvero nello spazio: l’astronauta della Stazione Spaziale Internazionale Sunita Williams e Brian Duffy imbarcato a bordo di ben 4 missioni Shuttle.  Ho potuto inoltre stringere una diretta e genuina amicizia con Tom Sanzone che ha personalmente allenato gli astronauti dell’Apollo 11 nell’utilizzo del “Portable Life Support System” strumento indispensabile alla sopravvivenza nelle attività extra-veicolari. Dopo esserci confrontati con le rispettive realtà sulla terra ed in seguito aver condiviso quelle extraterrene relative allo spazio, lo sguardo e lo sforzo sono  stati focalizzati sul futuro al quale abbiamo costantemente lavorato al fianco di mentor e speaker giornalieri provenienti direttamente dall’ambiente NASA. Il mio stesso host-father Glenn Johnson è stato nostro speaker in quanto lavora nello sviluppo di oggetti da spedire sulla ISS (International Space Station). Un’altra parola chiave è senz’altro “scoperta”.  Alla USS si scoprono novità ogni giorno: a partire dalla cultura e dalle passioni degli altri ragazzi passando ad ambienti  e metodiche di lavoro completamente nuovi per arrivare, addirittura, durante la mia esperienza a vere e proprie scoperte scientifiche. Nei fatti, la cronaca del ritrovamento di acqua liquida sotto la superficie marziana, oltre che compiacere come successo italiano me e l’altra connazionale selezionata da FISE, è avvenuta in contemporanea con il lavoro di studio per lo sviluppo preliminare dei parametri richiesti alla fase di atterraggio determinando direttamente la nostra scelta del luogo di “ammartaggio” , di una prossima missione.

Chi ha contribuito alle mie scoperte personali in egual misura è senza ombra di dubbio la mia host-family che ogni sera ha organizzato per me e il mio compagno di stanza australiano  nuove e fantastiche attività che non avrei mai sognato né tantomeno avrei avuto il coraggio di affrontare a casa. Uscendo giorno dopo giorno dalla mia comfort-zone e allargando i miei orizzonti ho iniziato a provare la stessa sensazione dell’uomo della caverna di Platone che, dopo aver visto la luce per la prima volta e abituatosi ad essa, torna dai suoi compagni per parlare di quanto accaduto consigliando di fare altrettanto e di uscire dalla grotta. Mi sento cambiato e legato indissolubilmente a quei luoghi carichi di significato. Ai board-members, gli head teachers Fernando Ruiz e Stacy Butler, la mia host-family, i fantastici amici che trovato e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questa “life-changing experience”.

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